Cerca
Close this search box.
Cerca
Close this search box.

Organizzatore si diventa: gli anni eroici della Cristallografia

Scarica il testo in formato pdf

Premessa con citazioni.

1.Gosh (o qualcosa di peggio)! This thing works even less than Italian microphones (esclamazione, contemporanea ad un secco bang su un tavolo, di Olga Kennard, University Chemical Laboratory, Cambride, udita dal corridoio accanto al suo studio, novembre 1964)
2.I thought Italians were bad organizers, until I came to Moscow (Ray Young, sul bus che trasportava i congressisti IUCr 1966 dall’Hotel Ukrainia al Congress Hall)
3.No, please, do not accept advices from present organizers! We incurred in several absurdities during the present Congress, alike….(e qui una serie di considerazioni dell’autore durante una assemblea dei delegati, IUCr Congress, Stony Brook, agosto 1969)

Iscrizione all’Università.

Idealmente quanto anticipatamente seguo la traccia del saggio citato, sottolineando, qua e là, analogie e differenze. Nella Palermo del 1957 (cinque anni prima di Angelo !), dovetti chiedermi a quale Laurea iscrivermi. Da anni traducevo senza vocabolario greco e latino, ma la prospettiva di essere un bravo professore di lettere al liceo non mi sembrava attraente, soprattutto dal punto di vista finanziario: infatti, mio Padre era scomparso dopo quattro giorni dall’orale di maturità (“sei stato l’ultima Sua gioia”, mi confidò il membro interno di Storia e Filosofia, che lo visitò un giorno prima del decesso). Inoltre, la mia famiglia era da poco caduta dall’altezza (a livello Europeo !) di “industriali dello zolfo” siculo misto a calcare e quindi soggetto ad elaborati cicli di separazione con i solfonati (flottazione), alla risicata vita del giorno per giorno a causa del processo Frash che sfruttava i depositi lenticolari di zolfo puro delle pianure dell’Arizona e dintorni, per cui i “pani” di zolfo puro costavano sul porto di Palermo il 50% di quello prodotto dalle miniere siciliane e quindi rifiutato commercialmente.

Mi sembrava quindi opportuno optare per guadagni probabili per l’avvenire e cosi, constatato lo sviluppo della plastica e la risonanza data alle ricerche di Natta e coll., la scelta, del tutto condizionata da una più rosea prospettiva di rimunerazione, cadde su Chimica malgrado il professore di Scienze ne avesse fatto solo cenni per niente stimolanti.

Inconsapevole e fortunata fu la coincidenza di questo passo con l’arrivo dell’appena ternato Luigi Sacconi che, come si usava a quel tempo, era giunto da Firenze con numerosi e modernissimi strumenti concessigli dal CNR e un paio di eccellenti assistenti, Piero Paoletti e Mario Ciampolini, preparatissimi, con una straordinaria vocazione alla ricerca, dinamici e trascinatori con non celato entusiasmo per i loro risultati; un anno più tardi, arrivò il Sabatini, il migliore, umanamente parlando (tutti gli altri si distinguevano infatti per un precoce “bossismo” verso l’ambiente).

Conseguentemente e logicamente, tutti loro esigevano dagli studenti una risposta proporzionale al loro alto livello e l’esame di Chimica I si trasformò in un setaccio intellettuale dato che lo passammo in due su ventiquattro: 27 per me e 30 e lode per il mio compagno di studi, Francesco Arrigo, dopo che avendo esposto l’argomento esaurientemente, si sentì chiedere dal Sacconi, quasi a sfidarlo, “ed il marmo, ha tensione di vapore?” la sua risposta fu “Si, anche il marmo”. Dopo questo esame Sacconi ci prese da parte e comandò “Domani venite con un camice e due stracci, iniziate l’internato”, di quattro anni (ecco una differenza con Angelo!). In un ambiente severissimo, “Riva, se fai cadere quell’essiccatore ti mando a Farmacia” ovvero, con impazienza “Non so dove nascondere le sedie!” esclamò un giorno il Sacconi vedendo un interno che si era adagiato su un divano cadente e quasi irriconoscibile sotto un finestrone….L’impegno di laboratorio era del tutto assorbente, tanto che io dovetti abbandonare ogni attività calcistica, che occupava parecchi pomeriggi della gioventù di allora.

Paoletti era un didatta eccezionale, le sue lezioni rimanevano impresse nel cervello fino agli esami, ma aveva un concetto primordiale del ruolo docente. Un giorno in laboratorio, io cercavo di imitarne l’accento toscano esclamando, non ricordo più a qual proposito, “se ci fosse il Paoletti, direbbe….” E contemporaneamente si udirono i suoi passi pesanti (era gigantesco) attraversare il laboratorio. L’indomani a lezione, iniziò in modo diverso dal solito; corrucciato, “credevo che voi portaste un certo rispetto per i vostri docenti, ed invece…” e giù una serie di affermazioni oggi assolutamente ridicole. Atteggiamento comune per gli anni ’50.

Dopo un periodo di accurati lavaggi dei beakers etc. passai a collaborare alle misure magnetiche di Ciampolini, molto serio e timido, ma capacissimo anche lui di insegnarti gli aspetti più sottili della Chimica Teorica. Tutto il gruppo lavorava alla Chimica di coordinazione dei metalli di transizione ed uno dei problemi più’ acuti era quello della differenza fra quadrato planare e tetraedrico, cosa che aveva stimolato l’invio di PierLuigi Orioli, nascente cristallografo, a Seattle da E. Lingafelter, grande amico del Sacconi. I risultati strutturali tardavano a confermare le attribuzioni calorimetriche del Paoletti e quelle magnetiche e spettroscopiche del Ciampolini e Sabatini fino al giorno in cui, davanti ai miei due ultimi anni di corso, Sacconi si involò con quasi tutto a Firenze, lasciando il Sabatini a noi (lavoravo in coppia con un preparatissimo Alberto Vacca, un anno davanti a me) per un anno. Ma davanti al buio lasciato dalla partenza di quest’ultimo, dopo aver sostenuto a Palermo 31 dei 32 esami previsti, chiesi al Sacconi se potevo seguirlo a Firenze per laurearmi costì, dopo aver sostenuto solo Chimica Lab V con la prof Marconi. Avevo l’impressione che ne fosse orgoglioso, confermata il giorno della laurea, quando mi confidò (cosa del tutto inusuale), con mia sorpresa : ”non credevo che potessi fare tanta bella figura!”

figura 1

Figura 1: A.A. 1960-61 : riusciranno gli “schiavetti” (Alberto Vacca a sinistra) a dimostrare la coordinazione del rame (calcoli termodinamici, minimi quadrati, etc. etc.) con le rumorosissime Olivetti ?

L’anno trascorso a Firenze è stato decisivo per il mio futuro. Ero appena tornato da un Ferienkurs fuer Auslaender a Stoccarda dove avevo realizzato dove e come potessi arrivare. Non so perchè, fui scelto dall’Università per partecipare in febbraio ad un corso di addestramento della Montecatini, riservato ai migliori laureandi in chimica e lì incontrai Davide Viterbo, Aldo Domenicano, Giaime Marongiu e – credo – altri che finirono cristallografi. Feci già allora una gran lega con Davide ed un suo amico torinese. Ma l’evento decisivo fu … la festa della matricola a Bologna, dove mi recai – come a Siena – con una delegazione di studenti giocosi ed urlanti.

La svolta decisiva.

Riuscii infatti a riservare una mezz’oretta all’appuntamento con Marcello Carapezza, assistente emergente alla Cattedra di Mineralogia dopo la successione di Gallitelli ad Andreatta, immaturamente scomparso. A Marcello mi presentai come “compagno di merende” palermitano di suo cugino Alessandro. “Dopo la laurea, vieni a trovarci” mi disse “abbiamo bisogno di un chimico qui”.

Dopo la laurea, frequentai un corso per giovani laureati alla BASF, dove erano – scelti fra i tre migliori di ogni nazione – anche Angelo Fontana, oggi gran professore di Biochimica a Padova, ed un certo Pratesi di Pavia, di cui ho perso le tracce. Tornato in Italia, ebbi occasione di sostenere colloqui con un paio di industrie, poi – dopo aver ascoltato povere r